Si fanno male da soli. La destra italiana, ancora incerta tra il saluto fascista e la Santanchè nel mirino degli integralisti.ora deve occuparsi di Al Bano, che si proclama vittima della discriminazione politica della sinistra. Ma Sanremo è alle porte e il cantante di Cellino San Marco ha bisogno che si parlai di lui e della sua canzone in gara. Non potendo più puntare sul riflesso della storia d'amore e di abbandoni con la Lecciso, ora deve farsi la pubblicità da solo. Poteva bastargli un'agenzia? Certo che no, allora ecco pronta un'autobiografia giusto per rivelare quei due o tre fatterelli non ancora raccontati ai settimanali scandalistici. E non sono rivelazioni da poco. Intanto apprendiamo, dipiaciuti, che Al Bano, già erede di Claudio Villa, già marito di Romina Power, già padre dolente di quella sfortunata figlia bionda scomparsa qualche anno fa, infine marito abbandonato da una scomoda Loredana, nonchè attempato Tarzan in una delle più fortunate edizioni dell'Isola dei famosi, era nientepopodimenoche un obiettivo nel mirino delle Brigate rosse. Questo per dire che il terrorismo di casa nostra, oltrechè criminale era anche stonato. Inoltre, Al Bano rivela di essere stato una delle tante vittime della discriminazione politica portata avanti dalle lobbies culturali della sinistra. E tanto basta perchè l ' autobiografia diventi, per Il secolo d'Italia , un manifesto politico della destra. Come dire: sono rimasto per mezzo secolo un cantante dalla voce e dal cuore d'oro, aolo apparentemente lontano dalle polemiche e dalla politica. Invece ascoltavo il rumore delle onde in questo mare indifferente.
Abbiamo ancora per aria il partito della felicità promesso da Prodi ai suoi elettori, che già si prospetta l'arrivo dei "volenterosi", le nazionalizzazioni sono partite con il lunedi dei barbieri finalmente aperti, gli insoddisfatti della politica scenderanno in piazza , dando una mano alle polveri che inquinano l'aria e costringono i cittadini a stare in casa. Berlusconi dice che non mollerà mai, ma Gentiloni insiste nel segare Mediaset, Mastella vorrebbe dire no ai Pacs, manda avanti Ruini, poi dice no alla Bindi, sembra che voglia mollare il Governo, ma poi ci ripensa e Prodi incassa.Più o meno in questi giorni Hamas ha ripreso a mandare i suoi kamikaze in Insraele, si aspettano le rappresaglie, Veltroni si rifa vivo nella politica vera, ma D'Alema gli dice: non è il momento, ripassa. Pippo Baudo promette un Festival di Sanremo con le canzoni, ma la presenza di Al Bano e di Milva minaccia un vuoto di memoria: finalmente siamo ritornati a Sanremo. Bene, salvo poi a chiedersi: ma a far che? Hanno rispolverato Tenco, 47 morto che parla, in un gossip fuori tempo. massimo. In Iran frullano tremila centrifughe per realizzare quella bomba che minaccia Israele e il mondo. Tutti i giornali sottolineano la stravaganza del cappellino rosso che Lella Bertinotti, moglie del subcomandante Fausto, ho sfoggiato alla mostra del Bramante . Così la pericolosità del presidente Ahmadinejad, l'ha fatta franca un'altra volta.
Finalmente una buona notizia: per almeno due anni non avremo più Nanni Moretti tra i piedi. Il regista più scontroso del cinema italiano, ha finalmente accettato di dirigere il "democratico" e "pluralista" Torino Film Festival, così dovrà rinunciare, in un colpo solo, al cinema e ai girotondi. L'ultimo combattente del cinema di sinistra, dopo il Caimano, si ferma: " mi si vede di più se ci sono o se non ci sono?", questo uno dei suoi tanti interrogativi che avranno finalmente una risposta. L'altro, invece, rimarrà insoluto: il comunismo ha perduto la memoria storica di sè? Aveva provato a rispondersi con Palombella rossa, ma niente da fare. Poi aveva svoltato verso un cinema meno ideologico, più vicino al pubblico smemorato delle platee di oggi: La stanza del figlio, come un Muccini sentimentale, senza risposte da dare. Quel bagno di lacrime aveva fatto pensare che Nanni avesse rinfoderato la tessera per una deriva commerciale, senza rovelli. Invece no, ed ecco il doppio salto mortale indietro, Il caimano, due furbate in un film solo. Senza il riferimento a Berlusconi, il convitato di pietra del film, sarebbe stato una morettata insipida, senza dubbi. Ed ecco il film nel film, paghi uno e prendi due, soprattutto al botteghino. In un colpo solo Moretti aveva recuperato tutta la sua forza di rompiballe politico attaccando il più odiato nemico del popolo della sinistra ed era andato diritto alla cassa. Non senza aver fatto arrabbiare, ma poco, i suoi compagni di girotondo. La sinistra si era chiesta che cosa significasse quel finale, quella molotov che infiamma il primo piano del caimano Berlusconi. Sarà stato il segnale per la rivoluzione? O era invece un dire: basta , la politica mi ha deluso, abbandono. Buona la seconda.
Lo dicono i sondaggi: più del 50 per cento degli italiani sostiene che gli ebrei strumentalizzano l'Olocausto. Quasi il 40 per cento pensa che gli ebrei abbiano troppo potere e siano troppo ricchi. Tanti ignorano la storia, le date. C'è chi colloca la Shoah nell 'Egitto dei faraoni, male, ma sempre meglio di quei colti negazionisti per i quali, lo sterminio di sei milioni di ebrei, nei campi di mezza Europa, è una bugia della storia. Sull'Italia si aggira il fantasma dell'antisemitismo. Scritte sui muri, svastiche, cimiteri violati, un ulivo piantato per ricordare i giusti ha avuto i rami tagliati. Chissà che cosa suggerisce loro il giorno della memoria. Chissà che cosa sanno di Weimar, di Hitler, della "notte dei cristalli", di Buchenwald, un nome che significa " bosco di faggi", ma che la storia ha trasformato in un deserto di paura. Anche in quel bosco venne tagliato un albero, la quercia sotto la quale il poeta Ghoete scriveva poesie d'amore. Fu la prima vittima del nazismo: dopo, le vittime, furono persone.Tutti sanno come andò a finire: qualcuno tende a interpretare i fatti secondo la propria convenienza. Può mentire la storia? Non c'è in giro un altro Hitler, ma per mettere a tacere che nega i suoi misfatti, c'è chi si vuole affidare a una legge. Osservando lo spettacolo che offre il mondo, qualcuno pensa di ripetere più o meno le gesta di Adolfo. Minaccia di cancellare Israele, spolvera l'atomica in un armageddon che spazzerà per sempre gli ebrei e noi con loro.E' vero che le guerre non mancano, dal Medio Oriente all'Africa, all'Asia. Come è vero che la storia non si ripete con gli stessi scenari, ma il disagio, la paura, la sfiducia nel futuro e anche la rabbia si assomigliano e ritornano. Ricordare non è rassegnarsi.
C'era una volta la serie tv " Una casa nella prateria": storie di frontiera americana in un interno difficile, ma pieno di buoni sentimenti e di bravi ragazzi. Sono passati decenni, ora quella casa forse è stata demolita e la tv segue il vento dei tempi anche nelle sue storie. Ne è un esempio una serie che va in onda sulla Cbs dal titolo che ci ricorda qualcosa, "La Piccola moschea nella prateria", la prima sitcom nordamericana che racconta come non sia facile la vita di una famiglia islamica in una piccola città canadese dopo un vento che ha segnato la storia: l'11 settembre. "Little Mosque", questo il titolo originale, ha esordito con un buon successo di pubblico, oltre 2 milioni di telespettatori, un record assoluto per un debutto in Canada. Fra i motivi che hanno spinto autori e produttori a presentare la serie, uno aveva la priorità: far successo in America con una storia che parla di Islam e che scherza con l'Islam. Un'operazione simpatia, ma riuscita solo a metà. La curatrice di "Little Mosque", la musulmana Nawaz Zarqa, ha caricato di aspettative il suo progetto, giocando su certi luoghi comuni in circolazione: quanto gli islamici siano discriminati, dimostrare che i musulmani non sono tutti terroristi, che c'è del buono anche sotto il cielo di Allah. Con questa convinzione, ha presentato la sitcom come una commedia leggera, colta, spiegando che anche i musulmani sanno ridere dei musulmani e che anche chi musulmano non è, possa ridere di chi lo è. Sembrava proprio che finalmente si fosse trovato la strada perchè i musulmani trovassero il coraggio di ridere su se stessi, sul Corano e sul terrorismo. Invece non è andata proprio così. I musulmani di "Little Mosque" fanno tutt'altro che prendersi garbatamente in giro, ripetono, invece, che nei loro confronti c'è solo qualunquismo e disprezzo. Meglio allora continuare a prendere in giro le altre religioni, esercizio che agli autori della sitcom riesce benissimo.
Si litiga persino sui nomi da dare alle strade: la toponomastica milanese divide come l'allargamento della base di Vicenza. Eravamo abituati a Corso Garibaldi, a viale 4 anovembre, la storia ha dato il meglio dei suoi maestri di pace e di guerra , ma ora il sindaco Moratti, nel tentativo di aggiornare la lista dei nomi da attribuire alle strade della sua città, ha trovato maggioranza e opposizione schierate quasi si trattasse su questioni politiche più serie. I veti si sono incrociati come spade, no della Lega ad una strada intitolata a Bettino Craxi, icona della Milano da bere ; no di An a Camilla Cederna, la giornalista che con le sue inchieste fece cadere la presidenza di Leone; sì all'ambientalista Antonio Cederna, fratello di Camila. Nemmeno un vicolo per l'ex sindaco Aldo Aniasi,.mentre restano in lista Wanda Osiris, Walter Chiari, Ernesto Calindri, personaggi che ancora una generazione e nessuno saprà più che cosa hanno fatto per meritare questo onore. La storia è finita e anche i nomi dei grandi sono diventati piccoli. Non una strada, ma addirittura un giardino, è andato a Oriana Fallaci, la giornalista italiana più famosa nel mondo scomparsa quattro mesi orsono. Dopo tante divisioni, tanti rancori, Oriana potrà ha avuto almeno una panchina per riposare.
Nella lista dei cantanti che parteciperanno a Sanremo, un nome manca: quello di Luigi Tenco. Da quarant'anni parli del Festival della canzone ed ecco che il ricordo corre al cantautore genovese che, secondo le cronache, per una brutta canzone, si uccise in una stanza dell'Hotel Savoy il 27 gennaio del 1967. Quella morte ha suscitato polemiche mai sopite: quel colpo di pistola chi l'aveva sparato? E perchè il corpo era stato spostato? E Dalida, forse la sua ultima compagna, c'entrava qualcosa in quella morte?L 'anno scorso il corpo di Tenco è stato riesumato e il caso è stato archiviato come suicidio. Così Luigi Tenco, un cantante bello e sfortunato, malinconico come tanti poeti, dovrebbe essere lasciato in pace. Invece no: Pippo Baudo richiama, in un festival da gerontocomio, tanti brontosauri della nostra canzonetta e l'ombra di Branco si rifà viva, dietro le Milva, i Johnny Dorelli, Al bano. E ruba loro la scena. A riportare in primo piano la vicenda del cantante genovese è un libro , scritto due giornalisti : Giorgio Carozzi, cugino di Tenco e Renato Tortarolo. E' una biografia benevola che riporta alla ribalta i compagni d'avventura di Tenco: Lauzi, Bindi De Andrè, tutti volati via con le loro canzoni. "Ed ora che avrei mille cose da fare", il titolo del bibro, che è anche un verso della canzone più bella di Tenco, rivela anche la verità sul suo rapporto con Dalida, morta suicida, come l'autore di quella canzone: " Ho permesso a quella donna di costruire tutta questa storia, mi sono prestato al gioco perchè, da idiota, lo redevo solo un gioco". E' Tenco a scrivere la verità in una lettera indirizzata a Valeria, la sua vera compagna segreta dell'ultimo periodo della sua vita. Una rivelazione postuma, come il festival , le sue canzoni e i cantanti in gara.
Si rifà viva anche la censura: non quella odiosa che tagliava i fotogrammi al burro di Ultimo tango a Parigi. Oggi viene richiesta a gran voce la censura "buona" per oscurare, ai più giovani, la violenza di Apocalypto, il film di Mel Gibson sulla civiltà maya. E' giusto, non è giusto? Apocalypto è sicuramente un grande film barbaro, una barbarie moderna per raccontare la crudeltà assoluta di una civiltà scomparsa. Un cuore strappato dal petto della vittima, gole tagliate, teste mozzate, tapiri che mangiano volti di prigionieri, sevizie varie, sacrifici umani, bambini infilzati. Tanti uomini nudi con le pudenda al vento, tatuati, dipinti. ingioiellati, truccati come la maggioranza dei ragazzi di oggi, allo stadio o di passaggio per la televisione di Maria De Filippi. Guerrieri metropolitani coatti, portatori di una fisicità attuale e continuamente esibita. Quasi un richiamare l'attenzione dello spettatore sull'uso terribile che si fa del nostro corpo , della violenza che si nasconde nel metterlo continuamente in mostra. Questa rapresentazione del corpo antico e nuovo dell'uomo, e dell'uso che ne fa non solo l'arte, ma la rappresentazione quotidiana della moda e della pubblicità, non è l'unico merito nel film di Gibson: spazza via, violentemente, il mito, tanto caro all'illuminismo, del buon selvaggio opposto al mito storiografico degli spagnoli colonizzatori sempre cattivi e crudeli. Perchè la violenza rappresentata dal regista è nulla se la confrontiamo con quella che deve essere stata esercitata nelle civiltà precristiane come Incas, Maya e Aztechi. Quando i conquistadores di Cortes, poco più di cinquecento uomini, male armati, sbarcano in territorio azteco, si trovano di fronte sacerdoti impiastricciati di sangue e di fango che strappano il cuore a prigionieri, uomini e bambini non importa, e che celebrano pasti cannibalici. Gli spagnoli restano annichiliti da quel mare di sangue , disgustati dai sacrifici umani e ne chiedono la fine. Non saranno ascoltati, ma saranno gli stessi indigeni, artefici e vittime di una religione crudele, ad aiutare gli spagnoli a salvarli dalla loro stessa violenza. Allora, disobbediamo alla censura e al Tar e andiamo a vedere Apocalypto, anche per superare quell'irritante forma di razzismo alla rovescia secondo cui noi occidentali, in quanto cattivi, siamo destinati a soccombere. Il film è anche una metafora crudele sul futuro dell'umanità, messo in pericolo dal nostro disprezzo arrogante verso il delicato ambiente naturale in cui viviamo.E dai Maya fino a noi, arriverebbe un messaggio per l'intera umanità: state attenti a un'apocalisse che le macchie solari potrebbero provocare il 22 dicembre del 2012. Anche se il film di Gibson , prima del collasso ecologico, racconta la storia di un disastro politico che ha molti punti in comune con la politica mondiale. Lo studioso Will Durant ha riassunto la parabola della civiltà Maya in una citazione illuminante: "Una grande civiltà viene conquistata dall'esterno solo quando si è distrutta dall'interno". Vale anche per noi che, secondo i pessimisti, ci stiamo autodistruggendo: non ci resta che aspettare un moderno e barbaro Cortes dei giorni nostri che ci conquisti.
Era stato Nanni Moretti, il padre di tutti i girotondi a dire che non ti potevi aspettare nulla da una sinistra che è cresciuta guardando il telefilm Happy Days. Con una trentina d'anni di ritardo, Fonzie, che di quei telefilm era il protagonista assoluto, ha risposto in una intervista, spazzando via tutti i dubbi sulla superficialità del personaggio e della sua generazione. "Ho sempre appoggiato Billy Clinton e non approvo la politica di Bush", ha detto Fonzie Fonzarelli, all'anagrafe Henry Winkler," alle convention di Happy Days si manifestava contro la segregazione degli afroamericani e a favore dei portatori di handycap.Sono un uomo di pace, amo il mio paese". Michele Serra, scende in campo su Repubblica, ma non si schiera: " Di Fonzie, che ci pareva soprattutto un divertentissimo cazzaro, veniamo a sapere solamente in extremis che era ed è impegnato politicamente". Non si sbilancia nemmeno su Nanni Moretti:" Stare sia con Fonzie sia con Moretti non significa dare il classico colpo al cerchio e alla botte. Lo stesso nanni Moretti ha dato molteplici prove di conoscere e amare diversi aspetti della cultura di massa(..) e il cast di Ecce Bombo,quasi al completo, se l'Italia fosse l'America, sarebbe stato l'eccellente protagonista di una serie di telefilm indimenticabili". Ma l'Italia non è l 'America e Moretti non sarà mai Ron Howard, il lentigginoso allievo di Fonzie in Happy Days, e, da grande, regista da Oscar.
C'è del marcio, non solo in Danimarca, ma anche a Stoccolma. A Mosca è appena stato pubblicato un libro scritto da un ricercatore russo, Ivan Tolstoj, che racconta la storia dell'assegnazione del premio Nobel per la letteratura a Boris Pasternak e al suo capolavoro "Il dottor Zivago". Qualcosa già si sapeva: l'arrivo avventuroso in Occidente del manoscritto, un intrigo internazionale che nel 1956 fece arrivare il romanzo, ancora non tradotto, nelle mani dell'editore italiano Giangiacomo Feltrinelli. Il libro divenne un best seller mondiale e, poi, nel 1965, un film, con la regia di David Lean, premiato con cinque Oscar . Boris Pasternak, odiato dal regime comunista che aveva vietato la pubblicazione del suo libro, vinse nel 1958 il Nobel per la letteratura, un premio che non potè mai ritirare. Riuscì a far arrivare i suoi ringraziamenti a Stoccolma, ma pochi giorni dopo, con un nuovo telegramma, scritto su pressione delle autorità sovietiche, che per quel libro lo minacciavano di arresto e espulsione, lo scrittore rifiutò il premio. Pasternak morì due anni dopo, ma " Il dottor Zivago" rimase illegale in Russia fino al 1987. La persecuzione politica colpì anche la sua compagna, Olga Ivinskaya che, per aver ricevuto "illegalmente" i diritti d'autore del libro, fu condannata a otto anni e deportata in Siberia. Ne scontò solo quattro. Nel 1989 Yevgeny Pasternak, figlio di Boris, potè ritirare il premio Nobel in nome del padre."Il romanzo riciclato" ricostruisce oggi il "furto" del manoscritto e il suo viaggio avventuroso da Mosca verso l'Italia, ma aggiunge particolari sul come il romanzo riuscì a vincere il più prestigioso riconoscimento della cultura occidentale. Tolstoj, nessuna parentela con l'autore di "Guerra e pace", racconta che il premio a Pasternak, in piena Guerra Fredda, fu un'idea della Cia e dei servizi segreti Usa per mettere in imbarazzo il Cremlino. Una copia del manoscritto, intercettato da agenti segreti americani su un aereo diretto verso Malta, fu stampato e pubblicato dalla Cia in Europa e in America e in seguito, inviato a Stoccolma dove la giuria del Nobel ne decretò la vittoria. Un premio meritatissimo, ma con una buona spintarella. E noi , creduloni, convinti che la raccomandazione funzionasse soltanto al Festival di Sanremo. E che il Nobel a Dario Fo fosse un universale riconoscimento al borbottio del suo Gramelot .