LA MAMMOGRAFIA DI VERONICA
Vatti a fidare degli amici: scaduta la “ zingarata” di Sircana boy ormai sul viale del tramonto, ecco che la Rcs riesuma delle foto mai viste di una ( probabile) giovanissima Veronica Lario con le tette al vento. Niente di che, infatti la signora Berlusconi dovrebbe chiedere i danni non per quello che si vede, ma per quel tono da calendario profumato per clienti dei vecchi barbieri del tempo che fu. Evidentemente la foto non regala nulla all’avvenenza dell’aspirante attrice che fece innamorare il Cavaliere, forse sotto quelle grandi tette c’era di più e, soprattutto, anche allora, non mancava un Corona qualsiasi che le tenesse per oltre un ventennio chiuse in cassaforte. Erano quelle le foto da ritirare, pagando qualunque cifra, e non basta , come consolazione, il solito discorso: guarda, nel loro piccolo, che cosa ti combinavano anche le vallette di una volta.
L’UNIVERSITA’ DELLA NOTTE
Serata sapiente nelle università romane, una specie di notte bianca del sapere con eventi che hanno richiamato la meglio gioventù e i peggiori docenti. “ E’ importante che la città ricordi i Trattati europei con i giovani”, ha detto l’assessore all’Università e alle politiche giovanili Jean Leonard Touadi. Un’occasione per tirare fuori dalla pensione alcuni padri nobili della nostra cultura televisiva come Sergio Zavoli e Arrigo Levi, Vincenzo Cerami e Giacomo Marramao. Buono anche il contributo di Corrado Guzzanti e di Paolo Bonolis, ma con la cultura e il sapere che c’azzecca Simona Ventura? In ogni caso c’era anche lei ed è intervenuta con una delle sue pillole di saggezza che vanno oltre il motto urlato da un’isola dei famosi all’altra e inciso sul bordo del suo tanga: lottare sempre, arrendersi mai. La Simo, rivolgendosi ai giovani della platea, ha parlato così:”Io ho frequentato l’Isef, ma se tornassi indietro mi scriverei ad una Università così diversa, in grado di organizzare eventi come questo”.In ogni caso, si è trattato di una bella lezione di vita da una donna tutta un evento, capace di sopravvivere a tre bocciature all’esame di giornalista, a una spanzata a miss universo, capace di sopravvivere a un duello all’ultimo marito con Cristina Parodi e agli sms di un ammiratore focoso, alle accuse del marito belloccio e cervo a primavera e alle creazioni di Dolce e Gabbana, alle contumelie domenicali di Gene Gnocchi, alla tempestività nel creare e poi distruggere quel suo mentore Lele Mora, ormai inutile alla carriera, anzi pericoloso. Allora, tanto vale che lasciate perdere il sapere, l’Università e anche l’Isef e che, come ha fatto Simo, vi impegnate di più nelle Olimpiadi della faccia tosta.
IL CASO
Se in televisione andasse tutto bene. Se non ci fosse vallettopoli o puttanopoli a smuovere i corridoi. Se, per dirla come Belpietro, non fosse tutto un “o me la dai o scendi”. Se Rai e Mediaset facessero più caso a quello che mandano in onda che all’audience. Se le fosche indagini dei pm con il nome inglese arrivassero a qualche sentenza prima che Mastella mandi i suoi cammellieri a controllare. Se la gramigna si trasformasse in margherita. Se tutto, per incanto, cambiasse e la meritocrazia la smettesse di privilegiare le tette sull’intelligenza. Se lo spettacolo si rivestisse, non per ritornare ai mutandoni delle Kessler, ma almeno a un tanga.
Se la degenerazione del gusto della gran parte del pubblico si rivelasse sopravvalutato, esagerato nel suo ostinarsi a preferire i programmi di Maria De Filippi a Quark. Se, insomma, dopo tanta confusione sui monitor e nelle alte stanze televisive il clima in Rai e in Mediaset si normalizzasse e l’attenzione venisse esercitata senza chiudere un occhio ora su Malgioglio, ora sulla Gregoraci, qualcuno dovrebbe pur accorgersi, prima di provare soddisfazione, che dal salotto buono di lele Mora sono partite tutte le smutandate sputtanate sui giornali. Ancora uno sforzo e sempre quel tale, curioso, si renderebbe conto che quasi tutte le signorine molto ascoltate dai giudici, dal salotto buono di Lele Mora, approdavano direttamente nei reality condotti da Simona Ventura.
CUORI SOLITARI
ZERO PIU' ZERO
Ha fatto bene Mastella, intendiamoci. All'ennesima scemenza detta o disegnata da Vauro, si è alzato e se ne è andato da Anno Zero. Mica uno come lui poteva rischiare di finire con una Rosa nel pugno? Si parlava dei Dico, sul pulpito celebrava Santoro, sempre più immusonito per la tiepida accoglienza ricevuta dalla sinistra dopo il suo rientro sui monitor Rai. Che diamine, un po' di comprensione. Nemmeno avesse preso in passato soldi da Berlusconi avrebbe meritato tanta freddezza. Ah, li ha presi e tanti. Peggio, allora. Poi, troppo scontato il suo programma di denuncia che ha fatto incazzare persino Bassolino, che, come tutti sanno, è un Vicerè pacato e giusto. Troppo snobbismo da erre moscia con la valletta Borromeo. Troppa acrimonia verso il pubblico che canta con lui Bella ciao, salvo poi a preferirgli Bruno Vespa. Onoevole Mastella, si calmi, c'è un mondo fuori da Raidue, in fin dei conti un omosessuale 'è un frocio anche per la sua collega Rosi Bindi.
CARO LUCA
Un’altra lettera e un’altra moglie, ex in questo caso, che scrive al carissimo Luca come Veronica aveva scritto, sputtanandolo, al caro Silvio (Berlusconi). Lei è Sandra Monteleoni un bell’esempio di razza padrona nel panorama vippaiolo romano. Lui è l’ex bello della Confindustria e della Ferrari, Luca Cordero di Montezemolo. Un Briatore elegante, magro, con i capelli lunghi e il profilo svettante, ex di tante bellezze cinematografiche: la più nota, Edvige Feneck, allora Giovannona Coscialunga. La lettera è stata spedita ad un settimanale che conta i respiri della Gregoraci e i sussulti di ogni velina e racconta “quando vestivamo alla marinara”, lui giovanotto scapocchione di bella famiglia e lei adolescente da tempo delle mele, ma con miraggi meno sentimentali. Storia d’amore e di famiglie, quanto eri ganzo tu, quanto ero carina io, fino all’età del matrimonio, di un figlio. Ricordi carini, affettuosi, la prima mansardina affacciata sui tetti, ma alla Feneck la storia d’amore fruttò, secondo i pettegoli, una villa a Capri. Sullo sfondo della storia d’amore, le parentele potenti, gli Agnelli di lui e quelli meno famosi di lei. Come eravamo: un idillio, una storia degna di una fiction, il successo, altri amori per tutti e due. Addio, ma senza rancore. La lettera finisce con una domanda: che cosa ci faceva una lettera della Muti nella tua macchina? Restiamo in attesa della risposta di lui, prima che un colossale “ma chi se ne frega”ci ridia il sonno.
FESTIVAL E DINTORNI
Leggendo le cronache sul Festival di Sanremo pare che Milva sia davvero una compagna della prima ora. Mamma mia che forza politica nel dire “ sono rossa dentro e fuori, nel cuore ho falce e martello”, bandiera rossa trionferà tralallero trallalà. Riferiva il cronista che la pantera di Goro se l’era presa con Cornacchine “vergognoso”, perché aveva dato una mano a “quello là” che poi era Berlusconi. Ma come , signora Biolcati, dai del tu a Brecht e non capisci che il comico prende per il culo il Cavaliere? Il suo pensiero corre invece a Oliviero(così dinostra di dare del tu anche a Di liberto) , perché la strada di Milva è lastricata di cultura. All’inizio non sembrava che quella ragazzotta con un gran vocione paesano, piovuta da Goro , avrebbe potuto fare qualcosa contro altre belve della canzone: Mina, per esempio, la tigre di Cremona e Iva Zanicchi, l’aquila di Ligonchio. Nessuno al suo primo Sanremo le dette retta: quelli più snob la derisero quando si presentò in conferenza stampa con ai piedi le babbucce argentate. In seguito, per lei parlò un signore attempato e con i baffi, Maurizio Corgnati, un marito pigmalione campagnolo che l’amava anche per quella sua ignoranza così manifesta. La sinistra di casa era lui , ma il cuore di Milva, allora poco sensibile alla politica, si perse dietro un attore Mario Piave senza arte né parte. Un amore borghese, di una moglie che non ha letto Madame Bovary e che dal suo autore si farebbe raccontare solo come va a finire. La cultura e Milva, due strade parallele che non si sono mai incontrate se non per interposta persona: i tanghi di Astor Piazzola, Brecht nell’impaziente maestria di Giorgio Streheler che, dalla platea del Piccolo di Milano inveiva contro quella gran massa di capelli rossi e, glielo urlava dietro facendola piangere, sotto niente. Così fino ad oggi, con il vocione, un po’ Vanna Marchi e un po’ Moira Orfei, e tanto comunismo rivendicato come ad un Festival dell’Unità. E s’intenerisce, si commuove, perché Diliberto la fa trepidare. E pensare che, sempre molto borghesemente, tanti anni fa pensò al suicidio solo perché non le fecero cantare La Cumparsita.