sabato, 20 gennaio 2007

APOCALYPTO

Si rifà viva anche la censura: non quella odiosa che tagliava i fotogrammi al burro di Ultimo tango a Parigi. Oggi viene richiesta a gran voce la censura "buona" per oscurare, ai più giovani, la violenza di Apocalypto, il film di Mel Gibson sulla civiltà maya. E' giusto, non è giusto? Apocalypto è sicuramente un grande film barbaro, una barbarie moderna per raccontare la crudeltà assoluta di una civiltà scomparsa. Un cuore strappato dal petto della vittima, gole tagliate, teste mozzate, tapiri che mangiano volti di prigionieri, sevizie varie, sacrifici umani, bambini infilzati. Tanti uomini nudi con le pudenda al vento, tatuati, dipinti. ingioiellati, truccati come la maggioranza dei ragazzi di oggi, allo stadio o di passaggio per la televisione di Maria De Filippi. Guerrieri metropolitani coatti, portatori di una fisicità attuale e continuamente esibita. Quasi un richiamare l'attenzione dello spettatore sull'uso terribile che si  fa  del nostro corpo , della violenza che si nasconde nel metterlo continuamente in mostra. Questa rapresentazione del corpo antico e nuovo dell'uomo, e dell'uso che ne fa non solo l'arte, ma la rappresentazione quotidiana della moda e della pubblicità,  non è l'unico merito nel film di Gibson: spazza via, violentemente, il mito, tanto caro all'illuminismo, del buon selvaggio opposto al mito storiografico degli spagnoli colonizzatori sempre cattivi e crudeli. Perchè la violenza rappresentata dal regista è nulla se la confrontiamo con quella che deve essere stata esercitata nelle  civiltà precristiane come Incas, Maya e Aztechi. Quando i conquistadores di Cortes, poco più di cinquecento uomini, male armati, sbarcano in territorio azteco, si trovano di fronte sacerdoti impiastricciati di sangue e di fango che strappano il cuore a prigionieri, uomini e bambini non importa, e che celebrano pasti cannibalici. Gli spagnoli restano annichiliti da quel mare di sangue , disgustati dai sacrifici umani e ne chiedono la fine. Non saranno ascoltati, ma saranno gli stessi indigeni, artefici e vittime di una religione crudele, ad aiutare gli spagnoli a salvarli dalla loro stessa violenza. Allora, disobbediamo alla censura e al Tar e andiamo a vedere Apocalypto, anche per superare quell'irritante forma di razzismo alla rovescia secondo cui noi occidentali, in quanto cattivi, siamo destinati a soccombere. Il film è anche  una metafora crudele sul futuro dell'umanità, messo in pericolo dal nostro disprezzo  arrogante verso il delicato ambiente naturale in cui viviamo.E dai Maya fino a noi, arriverebbe un messaggio per l'intera umanità: state attenti a un'apocalisse che le macchie solari potrebbero provocare il 22 dicembre del 2012. Anche se il film di Gibson , prima del collasso ecologico, racconta la storia di un disastro politico che ha molti punti in comune con la politica mondiale. Lo studioso Will Durant ha riassunto la parabola della civiltà Maya in una citazione illuminante: "Una grande civiltà viene conquistata dall'esterno solo quando si è distrutta dall'interno". Vale anche per noi che, secondo i pessimisti, ci stiamo autodistruggendo: non ci resta che aspettare un moderno e barbaro Cortes dei giorni nostri che ci conquisti.
postato da: giorginabaldi alle ore 15:21 | link | commenti (1)
categorie: cinema, maya, apocalypto, mel gibson

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Volevo diventare la Simone De Beauvoir del 2000. Poi ci ho ripensato

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